Negli ultimi giorni è tornata una domanda che molti si pongono ogni volta che il contesto geopolitico si complica:
e se questa volta fosse diverso?
È una domanda comprensibile. Le immagini provenienti dal Medio Oriente, le tensioni che coinvolgono l’Iran, la possibilità di problemi nello Stretto di Hormuz e le inevitabili ripercussioni sul prezzo del petrolio rappresentano elementi che generano preoccupazione.
Anche perché, se osserviamo quanto accaduto negli ultimi anni, abbiamo imparato che il costo dell’energia può influenzare direttamente l’inflazione, le decisioni delle banche centrali e quindi i mercati finanziari.
Il ragionamento appare semplice:
più tensioni geopolitiche significano petrolio più caro;
petrolio più caro significa maggiore inflazione;
maggiore inflazione significa tassi più alti per più tempo;
tassi più alti significano mercati più deboli.
Tutto corretto. O quasi. Perché tra teoria e realtà esistono molte sfumature.
Il petrolio non è l’inflazione
Molto spesso si tende a confondere l’aumento del prezzo del petrolio con un aumento strutturale dell’inflazione. Le due cose non sono necessariamente la stessa cosa. Un incremento temporaneo dei costi energetici produce certamente effetti sui prezzi, ma perché si generi un’inflazione persistente serve molto di più.
Servono salari in accelerazione. Serve una crescita eccessiva della domanda. Serve una forte espansione monetaria. In altre parole, serve che il rincaro dell’energia si propaghi in modo stabile a tutta l’economia. Non sempre accade. Anzi, negli ultimi anni abbiamo visto più volte come gli shock energetici abbiano prodotto effetti importanti ma temporanei.
I mercati osservano i fatti, non solo le ipotesi
Uno degli errori più frequenti è costruire scenari basati esclusivamente sui “se”.
E se l’Iran chiudesse Hormuz?
E se il petrolio salisse a 120 dollari?
E se l’inflazione tornasse a correre?
E se le banche centrali invertissero la rotta?
Sono tutte possibilità.
Ma i mercati non prezzano soltanto le possibilità. Prezzano soprattutto le probabilità.
E oggi, nonostante l’incertezza, gli utili delle aziende continuano a mostrare una tenuta sorprendente. Le economie rallentano ma non si fermano. L’occupazione rimane robusta. I consumi continuano a sostenere la crescita. Sono questi gli elementi che spiegano perché i mercati azionari abbiano mostrato una resilienza che spesso sorprende gli osservatori.
Il mondo si adatta più velocemente di quanto pensiamo
Un altro aspetto spesso trascurato riguarda la capacità dei sistemi economici di adattarsi.
Quando aumenta il prezzo di una materia prima, si cercano alternative.
Quando una rotta commerciale si complica, se ne sviluppano altre.
Quando una fonte energetica diventa più costosa, aumentano gli investimenti verso soluzioni differenti.
L’economia globale non rimane immobile. Reagisce. Si modifica. Trova nuovi equilibri. Non immediatamente, certo. Ma molto più rapidamente di quanto spesso immaginiamo leggendo i titoli dei giornali.
I mercati non aspettano la tranquillità
Esiste però un ultimo aspetto che ritengo particolarmente importante. Molti investitori attendono che il quadro diventi più chiaro prima di prendere decisioni. È una reazione naturale neanche così sconveniente ma, il problema è che i mercati non attendono che l’incertezza scompaia. Non lo hanno fatto durante la pandemia. Non lo hanno fatto durante la crisi energetica. Non lo hanno fatto durante l’impennata dell’inflazione. E probabilmente non lo faranno nemmeno oggi. Quando le notizie sono ancora negative, i mercati stanno già guardando avanti.
Restare realisti
Questo non significa ignorare i rischi. Le tensioni geopolitiche esistono. L’inflazione merita attenzione. Il prezzo dell’energia continuerà probabilmente a essere una variabile importante nei prossimi mesi. Ma tra l’allarmismo e l’indifferenza esiste una posizione molto più utile:
la razionalità.
Essere razionali significa riconoscere i rischi senza amplificarli. Significa osservare i dati prima delle emozioni. Significa ricordare che i mercati non si muovono sulle paure del momento, ma sulle prospettive future. E significa soprattutto comprendere che una programmazione finanziaria ben costruita non nasce per funzionare quando tutto è semplice. Nasce proprio per affrontare serenamente i periodi in cui i “se”, i “ma” e i “però” sembrano avere il sopravvento.
Una riflessione finale
Dopo tanti anni di professione continuo a notare come le maggiori difficoltà non derivino quasi mai dai mercati finanziari, ma dalle emozioni che questi generano. Le tensioni geopolitiche passeranno. Nuovi equilibri economici emergeranno. Le banche centrali adatteranno le loro politiche. Le aziende continueranno a produrre, innovare e creare valore. Non sappiamo esattamente quando e in quale misura accadrà tutto questo. Sappiamo però che ogni progetto finanziario serio nasce proprio tenendo conto dell’incertezza.
Per questo motivo, quando il contesto si complica, il valore di una pianificazione non diminuisce. Al contrario. È proprio nei momenti in cui prevalgono i “se”, i “ma” e i “però” che diventa più importante ricordare il motivo per cui abbiamo investito, l’obiettivo che vogliamo raggiungere e il tempo che abbiamo deciso di dedicargli.
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