Non è semplice commentare ciò che sta accadendo nello stretto di Hormuz senza fare una premessa, che ritengo sempre doverosa: quando parliamo di guerre, tensioni internazionali, missili, navi bloccate, energia e petrolio, prima dei numeri ci sono persone, famiglie, vite e paure reali.
Questo però resta un blog finanziario, pertanto proviamo a capire cosa può significare tutto questo per l’economia, per i mercati e soprattutto per i nostri investimenti.
Partiamo da un dato oggettivo: lo stretto di Hormuz non è “un punto qualsiasi” della geografia mondiale. Secondo la U.S. Energy Information Administration, nel 2024 da lì sono transitati circa 20 milioni di barili di petrolio al giorno, pari a circa il 20% del consumo mondiale di petrolio e liquidi petroliferi.
Tradotto in modo semplice: se lì qualcosa si blocca, rallenta o anche solo viene percepita come rischiosa, il prezzo dell’energia può salire.
E se sale l’energia, torna una parola che negli ultimi anni abbiamo imparato a conoscere fin troppo bene: inflazione
La vediamo nella benzina, nelle bollette, nei trasporti, nei costi delle imprese, nei prezzi finali dei beni. Anche negli Stati Uniti, ad aprile, l’indice energia è salito del 3,8% nel mese e del 17,9% su base annua; in area euro l’inflazione stimata è risalita al 3,0%, con la componente energia al 10,9%.
Ecco quindi il primo sillogismo:
se sale il petrolio,
sale il costo dell’energia,
se sale il costo dell’energia,
possono salire i prezzi,
se salgono i prezzi,
le banche centrali fanno più fatica a tagliare i tassi.
Semplice? Sì. Banale? No.
La Federal Reserve ha infatti sottolineato che gli sviluppi in Medio Oriente stanno aumentando l’incertezza economica, mentre la BCE ha lasciato i tassi invariati evidenziando rischi al rialzo per l’inflazione e rischi al ribasso per la crescita.
Questa è la parte che interessa ai mercati.
Perché i mercati non guardano solo a cosa accade oggi, ma provano continuamente ad anticipare cosa accadrà domani.
Taglieranno i tassi?
Li terranno fermi?
Dovranno addirittura rialzarli?
Quanto peserà il petrolio sugli utili delle aziende?
Quanto riusciranno le imprese a difendere i margini?
Sono queste le domande che muovono obbligazioni, azioni, valute e materie prime.
Ma attenzione! In questo momento non siamo davanti ad una crisi finanziaria originata dal sistema finanziario. Non siamo nel 2008. Non siamo davanti ad un crollo della qualità del credito bancario o ad un sistema bloccato da strumenti tossici. Siamo davanti ad uno shock geopolitico ed energetico che può diventare macroeconomico se dura troppo e se impatta in maniera persistente su inflazione, consumi e utili aziendali.
E qui bisogna evitare due errori opposti.
Il primo errore è l’indifferenza: “Ormai succede sempre qualcosa, tanto i mercati poi recuperano”.
Vero, spesso è accaduto. Ma non significa che gli investimenti non vadano monitorati. Il patrimonio è frutto di lavoro,
sacrifici, scelte familiari, sogni e progetti. Non è una cosa da lasciare lì, sperando che “vada tutto bene”.
Il secondo errore è la paura: “Vendiamo tutto e poi rientriamo quando la situazione sarà più chiara”. Questa frase sembra prudente, ma nella maggior parte dei casi è solo emotiva. Perché nessuno sa quando la situazione sarà davvero
chiara. Anzi, spesso quando la situazione sembra finalmente chiara, i mercati hanno già recuperato buona parte del movimento. Lo abbiamo visto più volte:
Covid. Guerra Russia-Ucraina. Inflazione 2022. Dazi. Crisi politiche. Tensioni in Medio Oriente.
Ogni volta il copione emotivo è simile: prima paura, poi attesa, poi stupore per il recupero, poi rammarico per non aver rispettato la pianificazione.
Eppure il punto centrale è proprio questo: i mercati stanno mostrando ancora una volta una notevole resilienza.
Non perché siano “incoscienti”, ma perché sotto il rumore geopolitico ci sono ancora fondamentali aziendali importanti. FactSet nell’aggiornamento sugli utili del primo trimestre 2026, evidenzia che con l’89% delle società S&P 500 già a consuntivo, l’84% ha battuto le attese sugli utili e l’80% quelle sui ricavi; la crescita degli utili aggregata è stimata al 27,7% anno su anno.
Questo non vuol dire che i mercati non possano scendere. Possono scendere eccome.
Ma vuol dire che non sempre la notizia negativa coincide con un’economia aziendale debole. A volte i mercati correggono perché aumenta l’incertezza, non perché le aziende abbiano smesso di produrre utili.
E questa differenza è fondamentale. Un conto è un mercato che scende perché le imprese non guadagnano più, i bilanci peggiorano, il credito si blocca e la domanda crolla. Altro conto è un mercato che scende perché deve ricalcolare il prezzo del rischio: petrolio più alto, inflazione più vischiosa, banche centrali più caute, tassi più alti più a lungo.
Sono due scenari diversi. Nel primo caso bisogna preoccuparsi della tenuta del sistema.
Nel secondo caso bisogna monitorare, ribilanciare, valutare se e come intervenire, ma senza farsi travolgere.
Anche il Fondo Monetario Internazionale, nel World Economic Outlook di aprile 2026, ha scritto che l’economia globale si trova “all’ombra della guerra”, stimando crescita mondiale al 3,1% nel 2026 e 3,2% nel 2027, con inflazione globale in moderato aumento nel 2026 prima di una nuova discesa nel 2027, assumendo che il conflitto resti limitato per durata e ampiezza.
Quindi il quadro è chiaro: non è tutto facile, non è tutto sereno, non è tutto privo di rischi, ma non è neanche tutto compromesso. E allora cosa si fa?
Si torna al METODO.
Primo obiettivo: NON PERDERE; quindi la prima domanda da farsi è: sto lasciando troppa liquidità sul conto corrente? Attenzione perché una inflazione in aumento erode maggiormente, mentre strumenti prudenti dei mercati finanziari potrebbero aiutare a NON PERDERE...
Il metodo serve proprio adesso. La pianificazione è sempre più necessaria. Serve quando il petrolio sale. Serve quando l’inflazione torna a preoccupare. Serve quando i tassi non scendono come speravamo. Serve quando il tg parla di “miliardi bruciati”.
La programmazione finanziaria non nasce per prevedere ogni crisi. Nasce per attraversarle. Come? Con progetti distinti. Le risorse che servono nel breve periodo non devono essere esposte alla stessa volatilità di quelle che servono tra dieci, quindici o vent’anni.
Con strumenti coerenti:
Non tutto deve fare la stessa cosa nello stesso momento. Un portafoglio ben costruito deve avere parti diverse, con funzioni diverse.
Con diversificazione:
Settori, aree geografiche, obbligazioni, azioni, strumenti monetari, liquidità utile. Non per complicare la vita, ma per evitare che un singolo evento impatti in maniera eccessiva su tutto.
Con ribilanciamenti:
Se l’azionario è cresciuto molto e pesa più di quanto previsto, si valuta se consolidare. Se l’azionario corregge e il progetto è di lungo termine, si valuta se incrementare poco per volta. Se l’obbligazionario soffre per tassi più alti, si analizza durata, qualità, rendimento atteso e funzione nel portafoglio.
Con tempo:
Che non significa banalmente aspettare e basta. Significa lasciare ad ogni progetto il suo corretto orizzonte temporale. Perché se abbiamo costruito un progetto per i figli, per la pensione, per il passaggio generazionale, per un obiettivo di lungo periodo, non possiamo farlo saltare perché il petrolio sale per qualche settimana o perché una banca centrale cambia tono in conferenza stampa.
Si può intervenire, certo. Ma intervenire non significa stravolgere. Significa rifinire. Significa chiedersi:
il portafoglio è ancora coerente con gli obiettivi?
il rischio è ancora quello concordato?
ci sono parti da alleggerire?
ci sono opportunità da cogliere gradualmente?
la liquidità è sufficiente? E' in eccesso? (Perché è proprio durante le correzioni che conviene impiegarla...)
i progetti familiari sono ancora coperti?
Queste sono domande utili.
“Esco o resto dentro?” spesso non lo è. Perché riduce tutto ad una scelta binaria, quando la gestione patrimoniale seria è fatta di sfumature, pesi, tempi, strumenti, fiscalità, obiettivi e consapevolezza.
In questo contesto, la vera domanda non è: “Cosa farà domani il mercato?” La vera domanda è: “Il mio patrimonio è organizzato per affrontare anche un contesto come questo?” Se la risposta è sì, allora la volatilità resta fastidiosa, ma non diventa paralizzante. Se la risposta è no, allora forse il problema non è Hormuz, non è il petrolio, non è la BCE, non è la FED.
Il problema è la mancanza di una pianificazione sufficientemente robusta.
Chi lavora con me da tempo queste cose le sa bene, così come conosce che spesso conviene intervenire sul portafoglio per delle rifiniture non proprio nel mezzo dell'incertezza ma quando si paventano scenari plausibili. E questo non è indifferenza bensì monitoraggio attento, soprattutto forte del metodo adottato considerando che lo scenario attuale è si incerto sotto molti punti di vista, ma i mercati si stanno, come detto più in alto, comportando in modo molto resiliente e strutturato.
Concludendo
Lo stretto di Hormuz ci ricorda una cosa molto semplice: il mondo cambia, spesso all’improvviso. Le rotte commerciali cambiano. Gli equilibri geopolitici cambiano. L’inflazione cambia. Le banche centrali cambiano linguaggio. I mercati cambiano umore.
Ma i nostri obiettivi, quelli veri, non dovrebbero cambiare.
In fondo è così che si affrontano anche fasi complesse come questa. Con attenzione, certo. Con monitoraggio, sempre. Ma soprattutto con METODO. Perché la serenità finanziaria non nasce dall’assenza di problemi. Nasce dalla consapevolezza di avere un piano per affrontarli.
Diffondi questo contenuto

